
Alla fine dei conti la vita è un lungo dialogo.
Quando non si sa parlare o ci si emoziona troppo, l’importanza di ciò che si vorrebbe comunicare ci fa balbettare.
È iscritta nel nostro DNA la volontà cosciente di rivolgerci a qualcuno.
Per sopravvivere a questo mondo di dolore dobbiamo portare fuori di noi la parola.
Lo sai fare?
Io sto ancora imparando.
Una volta uscita dalle nostre labbra una parola dovrebbe raggiungere l’altro e poi tornare a risuonare in noi.
Non dovrebbe rimanere conficcata nell’altro , impalarlo o atterrirlo.
Dovrebbe essere una benedizione.
Addestrarsi al dialogo significa poter riconoscere nell’altro l’unica propria chance di vita.
La Relazione.
La scienza della relazione presuppone una sensibilità è una fragilità quasi innata.
La predisposizione all’essere ferito e a sperimentare nuovi modi di capire ed essere capito.
Essere riconosciuto per quello che si è.
Essere accettato richiede un grave tributo d’angoscia.
Ma è nel momento in cui sei ferito e vieni curato che sentì la leggerezza di cui parla Calvino che ti ricalibra con la pesantezza del vivere quotidiano.
Non hai forse provato nei momenti di sofferenza e di dolore la strana sensazione di salita, di verticalizzazione della mente , trattenuta dalla pesantezza del fardello del tuo corpo che ti schiaccia a terra?
Non è forse nel dialogo, nell’accettazione di polarità , opinioni , linguaggi, dolori , conflitti diversi la disciplina del terapeuta?
Allora forse vale la pena darti un altro giorno per poter dialogare con qualcuno e darti pace per i tuoi innumerevoli stati dell’IO.
Forse vale la pena scegliere una persona sufficientemente capace di dialogare piuttosto che chiuderti in te stesso o al contrario non custodire la tua lingua e ferirti senza aver imparato a trovare valore nelle tue relazioni.
